“Oltre il referendum sull’art. 18: il mercato del lavoro in Italia, i diritti dei lavoratori e la loro tutela efficace”.
E’ questo il titolo del seminario di confronto organizzato da “Cristiano Sociali News” per confrontarsi sul referendum del 15-16 giugno.
Al seminario hanno partecipato diversi esponenti dell’universo sindacale, politico e associativo.
Il seminario si è concluso con l’intervento dell’on. Mimmo Lucà, coordinatore nazionale dei Cristiano-sociali e membro della segreteria Ds, che ribadisce l’opposizione al quesito referendario attraverso una scelta attiva e consapevole di non partecipazione al voto, unitamente ad una forte iniziativa per illustrare le proposte di legge dell’Ulivo.
Sintesi degli Interventi
Claudio della Porta: Introducendo il seminario Claudio della Porta ha sottolineato l’importanza di un seminario di confronto su questo tema, teso più a guardare al dopo referendum che a soffermarsi sul quesito stesso. Il punto centrale della discussione politica resta la tutela di tutti i lavoratori, in qualunque situazione lavorino perché, in generale le nuove forme di lavoro generano precarietà e non assicurano diritti. Per il dopo referendum si è augurato una ripresa della contrattazione fra le parti sociali e dell’attività legislativa, unica strada per riformare seriamente il mercato del lavoro in Italia.
Minnelli (CGIL): Ha sottolineato la posizione della Cgil che è quella di andare a votare e votare sì criticando la scelta del non voto fatta dai Cristiano sociali. Ha stigmatizzato la posizione del governo Berlusconi rispetto le politiche del lavoro sottolineando che esso ha spezzato l’atteggiamento concertativo presente nei governi precedenti. Ha criticato il disegno di legge numero 30 presentato dal governo che mira a mettere fuori gioco le grandi organizzazioni sindacali. Una vittoria del sì non
risolverà la situazione -ha detto, ma aprirà la strada ad una nuova stagione legislativa, la vittoria del no o dell’astensione sarà interpretata dal governo come un sostegno alle sue politiche sul Lavoro.
Franco Lotito (Uil): Anche la Uil si esprime per l'astensione al referendum perché sia la vittoria del sì che quella del no non risolvono la questione. La riforma del mercato del lavoro, non può essere fatta attraverso un referendum che porta allo scontro piuttosto che al confronto La proposta referendaria è stata propugnata da chi ha interesse ad avere un sindacato diviso. Il lavoro flessibile è inaccettabile perché non permette il riconoscimento sociale, a partire dalla congruità del salario e non prevede alcuna tutela. Il referendum non si occupa di tutte quelle persone che oggi non godono di alcuna tutela. Bisogna riprendere il confronto in sede unitaria, affrontando anche la questione della rappresentanza che oggi può essere assicurata solo dalle tre organizzazioni unite.
Pierre Carniti (Cs): Il referendum è una scelta sbagliata compiuta in un momento di forte contrapposizione fra il governo e le parti sociali. Le disposizioni contenute nello Statuto dei Lavoratori sono frutto di una lunga stagione contrattuale che forse oggi potrebbe essere modificata, magari lasciando maggiore discrezionalità al giudice nella decisione fra reintegro e indennità. Il referendum però è sbagliato perché divide all’interno dello schieramento di centro sinistra, e poi il Sì è inapplicabile, il No è elusivo sulle vere questioni. In più si tratta di un referendum deviante perché non tocca i problemi di quei 5 milioni di cittadini che non godono di alcuna tutela. Se il movimento sindacale non si unisce finirà per scomparire a favore di un sindacalismo corporativo che non terrà conto degli equilibri fra le diverse categorie. L’unità dovrà ripartire dall’autonomia contrattuale.
Pierpaolo Baretta (Cisl): La strada seguita dalla Cisl è quella di svuotare il referendum del suo significato perché il referendum non affronta i veri problemi dei lavoratori italiani. Nell’epoca dell’organizzazione post-fordista, il sindacato deve rivedere il proprio impegno perché è cambiato profondamente il senso del tempo e dello spazio. E’ scoppiata una dimensione individuale del lavoro laddove prima ci si confrontava con una dimensione aziendale. Serve una riforma del modello di rappresentanza e del modello contrattuale che pur mantenendo una dimensione nazionale deve poter essere adattato alle diverse realtà territoriali e aziendali. Questi sono i fronti riformisti su cui il sindacato deve oggi lavorare.
Cesare Damiano (Ds): Il referendum è una scelta che divide: sia nello schieramento di centro sinistra che nel mondo sindacale, La vittoria del sì rischia di aumentare il ricorso a forme contrattuali prive di tutela. Sul piano strettamente sindacale porterà ad una riduzione nella capacità di rappresentanza. Dopo il referendum vi saranno grosse questioni sociali da affrontare in sede legislativa in particolare il problema della doppia contrattazione e della rappresentatività dei nuovi lavoratori. C’è un rischio evidente di frantumazione che porta al proliferare di sindacati corporativi. La va giusta da seguire è quella del confronto legislativo, a partire dalle 4 proposte di legge presentate dall’Ulivo che affrontano i veri nodi del mercato del lavoro.
Elena Cordoni (Ds): Il referendum è anche responsabilità delle riforme che il governo di centro sinistra non è riuscito a fare nella passata legislatura. Ad esempio non sono stati varati i regolamenti per i cosiddetti lavorai atipici e ciò a causa delle forti divisioni nello schieramento. Bisogna introdurre un principio di omogeneità del costo del lavoro, che oggi è profondamente diversificato altrimenti continueranno a fiorire forme contrattuali atipiche prive di tutela.
Pietro Gasperoni (Ds): Solo pochi anni fa si definivano atipiche, oggi rischiano di diventare prevalenti. Se passa il disegno di legge numero 30 ci saranno 29 forme di lavoro, mentre il diritto del lavoro è fermo ad un modello unico. Esistono quasi 5 milioni di lavoratori che potrebbero essere definiti “intermittenti” senza previdenza e senza diritti. Con tutto ciò il referendum c’entra poco ed è sbagliato credere che con la vittoria del sì rafforzerà la linea riformatrice. La scelta dell’astensione non vuole essere una scelta equidistante, ma una presa di posizione attiva di non adesione ad un referendum inutile e il rilancio di un dibattito parlamentare sulle vere questioni da affrontare.
Luigi Viviani (Ds): Secondo le statistiche, nel 2002 sono stati creati circa 250 mila nuovi posti di lavoro di cui i 2/3 a tempo pieno ed indeterminato: questo risultato è il frutto del governo di centro sinistra. Il pacchetto di riforme varato durante la passata legislatura prevedeva in fatti incentivi per la creazione di lavoro a tempo indeterminato. Il centro sinistra ha mancato però alcune riforme come quella sugli ammortizzatori sociali, quella sui contratti con finalità formative e la questione previdenziale. Oggi nella riforma Biagi manca completamente la formazione.
Il referendum d’altronde è il frutto di un’esaltazione dei diritti che non ha tenuto conto della situazione reale Nel mondo sindacale la contrattazione ha lasciato il posto alla ricerca di un rapporto con la politica.
Nanni Russo (avvocato,Cs): Proporre il referendum è stata una scelta sbagliata, perché era prevedibile che avrebbe creato divisioni nel centro sinistra e perché non vi era un clima favorevole all’estensione dei diritti per i lavoratori, ma, di fronte alle continue aggressione nei confronti delle tutele esistenti, bisogna votare sì. Il limite dei 15 dipendenti ha posto problemi di costituzionalità in passato. Oggi se passa il quesito referendario - dice Russo - il lavoratore avrà la facoltà di scegliere fra indennizzo e reintegro.
La legge delle al governo liberalizza l’affitto di manodopera per cui le aziende potranno aggirare facilmente la soglia dei 15 dipendenti esternalizzando il lavoro. Il successo del referendum dovrà avere valore deterrente e non significherà trascurare gli altri problemi.
Edo Patriarca (Forum Terzo Settore): La flessibilità non deve essere uguale a precarizzazione e la questione non può essere distinta dal tema del welfare in generale. La flessibilità dei lavoratori ha delle ricadute dirette e immediate su tutto il nucleo familiare a partire dall’impossibilità per molti a progettare la propria vita. Esiste un depauperamento sociale.
Rino Caviglioli (Cs): Il referendum è stato proposto da chi desiderava assumere la leadership delle ali più radicali dell’opposizione e dei movimenti, non per risolvere le questioni del lavoro.
Il risultato di una ricerca svolta in Spagna e in Olanda dimostra come troppa flessibilità nel mondo del lavoro si può rivelare un boomerang anche per i datori di lavoro. Il sindacato oggi risulta assente da alcuni processi come quello, ad esempio, delle progressioni professionali che non si possono più affrontare con il sistema contrattuale attuale.
Marco Calvetto (Gioc): Come giovani operai ci si è chiesti quali fossero i valori del lavoro perché se non individuiamo l’ambito di cui stiamo discutendo, è inutile discuterne. Dobbiamo porre dei paletti perché il pericolo che incombe è l’apatia, il disinteresse. Si è fatta una ricerca fra i giovani lavoratori per capire quali sono gli ambiti su cui ci si deve impegnare: salario (che sia adeguato e permetta ad un giovane di progettare il proprio futuro); orario (che possa venire incontro alle esigenze delle famiglie); informazione (sui diritti e sulle tutele di cui i lavoratori devono disporre); partecipazione (politica, ma non solo, dei lavoratori) sicurezza (sul luogo di lavoro) formazione (permanente ).
Marco Livia (Acli): Da una ricerca condotta dall’Iref sul mondo del lavoro, emergono alcune cose sconcertanti. Innanzitutto molti lavoratori in collaborazione coordinata e continuativa ritengono di essere dei privilegiati e di essere “soggetti forti” nel mondo del lavoro. Inoltre emerge che l’unico sostegno reale per questi lavoratori sono le famiglie di provenienza, sulle quali il lavoratore si appoggia per tutte le necessità: dall’aiuto in caso di prole, alle garanzie per accendere un mutuo, necessarie perché il suo contratto di lavoro non sarebbe sufficiente. La formazione, forse, può essere lo strumento adatto a combattere l’ecatombe di nuovi contratti perché permette maggior coscienza da parte dei lavoratori, miglior preparazione e maggior forza nel rapporto con il datore di lavoro.
Conclusioni dell’On. Mimmo Lucà
“Il referendum- ha ricordato Lucà- divide e lacera soprattutto il centro sinistra e nasce da un impulso sbagliato di contarsi, di rivendicare una bandiera, di competere a sinistra, spesso a detrimento del vicino”.
Ha prevalso, secondo il coordinatore nazionale dei Cristiano sociali, la logica della testimonianza su quella della responsabilità.
“Il referendum “ ha detto Lucà- è uno strumento sbagliato ed inutile: sbagliato perché, non si risolvono i problemi complessi con le scorciatoie di un semplice pronunciamento per il sì o per il no. Il referendum è una risposta sbagliata ad esigenze di tutela del mondo del lavoro per rispondere alle quali servono atti legislativi di riforma nei quali si possa riconoscere il frutto della contrattazione sindacale e della concertazione”.
“Il referendum non offre- ha sottolineato ancora Lucà- nessuna risposta ai tanti milioni (circa 4,5) di lavoratori cosiddetti atipici, quelli delle “collaborazioni coordinate e continuative” del lavoro discontinuo, totalmente privi di tutele adeguate, ai quali occorre garantire una nuova rete di diritti universali”.
“In caso di referendum, la previsione costituzionale del quorum- ha infine sottolineato Lucà- ha un particolare valore perché dà all’astensione un effetto giuridicamente e politicamente rilevante, ne fa un voto di pari importanza del sì e del no. Il sì approva, il no respinge, l’astensione invalida. E’ nella natura e nell’ordinamento referendario che si possa rifiutare la domanda e delegittimarla invalidando il voto”.
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