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IL FRAMMENTO E L’INSIEME
“I cristiani e la società italiana: nuovi fermenti sociali e progettualità politica”

Convegno Nazionale di studi:
Assisi 12 – 13 – 14 settembre 2003

Programma

Relazione introduttiva di
Mimmo Lucà

Indice

1. Nuovi frammenti per rigenerare una politica dal basso
2. Rinsaldare il dialogo con il mondo dei credenti
3. Le chiavi di lettura della presenza dei cristiani in alcuni processi sociali
3.1. La pace
3.2. Il Welfare del futuro
3.3. La legalità e la moralità pubblica
3.4. Il pluralismo etico
4. Una sfida per i cristiani nella sinistra riformista e nell’Ulivo
5. Dopo questo convegno: gli impegni che ci attendono

1. Nuovi frammenti per rigenerare una politica dal basso

Può sembrare un paradosso, ma il frammento e l’insieme a cui ci riferiremo nel nostro convegno sono le due facce della stessa medaglia, sono tensioni distinte ma indivisibili che devono restare unite.

La piccola esperienza di volontariato, l’impegno per il recupero delle terre confiscate alla mafia, il lavoro di cura di una cooperativa sociale, il campo-scuola di un gruppo scout, la campagna per la cancellazione del debito dei paesi poveri, i movimenti contro la guerra e quelli per i diritti sociali e civili, sono i frammenti, le componenti di una soggettività che si è rimessa in cammino verso un nuovo orizzonte d’insieme, di senso e di progetto.

Il frammento e l’insieme non possono separarsi. Non lo possono fare per due buone ragioni. La prima riguarda il fatto che solo dall’insieme dei frammenti si ha il tutto. Se molti sforzi, tante energie, oppure se le singole fonti non collaborano al servizio del tutto, si resta orfani del risultato globale.

La seconda ragione consiste nel fatto che in virtù del suo intrinseco richiamo al tutto, ogni frammento è tentato, prima o poi, di pensarsi non accanto all’altro, ma alla guida degli altri o, peggio ancora, come l’unico davvero valido.

Sono rischi che – di fatto – stiamo attraversando. Molti percorsi, anche “nobili” (perché intrisi di riferimenti ai valori e di buone sintesi tra idealità e concretezza) non costituiscono ancora un progetto in grado di generare cambiamento e innovazione nel campo della politica. Sono cresciute, negli ultimi anni, le esperienze di gruppi ( e di persone) per un nuovo impegno sociale, spesso con il riferimento cristiano alla radice. Sono realtà che si avvicinano alla politica, la intercettano, la incontrano senza poi riuscire, però, ad assumerla come riferimento alto e vincolante del proprio agire, come strumento efficace per trasformare la realtà.

Il frammento così inteso fa fatica a cooperare con la dimensione politica; spesso per incapacità ad oltrepassare questa soglia; altre volte per scelta, perché persuaso che il valore del proprio impegno possa sussistere solo al di qua della politica. Non bisogna dimenticare che, in parte, questa alterità del sociale rispetto alla politica è stata teorizzata e che per molti credenti l’impegno solidaristico, assistenziale, locale ha rappresentato l’area della idealità, della purezza, della coerenza quasi “contro” la politica dei partiti e delle istituzioni, considerata, invece, l’area del compromesso, della malizia, della corruzione. Molto dipende dalla durezza di questa politica, dalle gravi contraddizioni e dagli impacci che il suo rinnovamento ha sin qui incontrato, anche a sinistra.

In quest’ultimo periodo alcuni eventi sono stati significativi: i girotondi, il primo Forum Sociale Europeo a Firenze, le manifestazioni per la Pace in occasione della guerra in Iraq, il Forum alternativo sull’acqua, le manifestazioni svolte a Cancun durante lo svolgimento dell WTO, da poco concluso sono alcuni esempi. Emerge una voglia di partecipazione che segna non solo un ritorno alla piazza, ma un risveglio del sociale, la ricerca di nuove agorà.

In Italia l’VIII Rapporto dell’Iref sull’associazionismo evidenzia un nuovo fermento sociale. Si registrano almeno quattro grandi novità, che meritano di essere segnalate per gli argomenti che sono al centro del nostro convegno. La prima novità è data dalla ripresa del volontariato che, dopo il 1999, torna ai livelli apicali riscontrati al termine degli anni ’80, con una sostanziale tenuta dell’associazionismo organizzato. La seconda novità è l’emergere di un nuovo “volontariato personale”, caratterizzato dall’adozione di comportamenti socialmente responsabili: consumo critico, risparmio ed investimento etico, stili di vita sobri, attenzione alle vicende internazionali etc. Terza novità, il ritorno alla piazza, con le mobilitazioni che, durante il 2002, hanno coinvolto una quota consistente di cittadini e che – quarta novità – hanno anche segnalato la riduzione della forbice tra associazionismo e partecipazione politica.

Alla luce di queste tendenze, accanto alla spinta propulsiva delle reti del terzo settore, il volontariato viene innervato da due componenti fondamentali: gli ambiti parrocchiali e i piccoli gruppi spontanei. Nel Rapporto si postula l’ipotesi che dietro a questa ascesa del volontariato individuale, di stili di vita sobri, di consumo critico e responsabile, non vi sia un ritiro dalla vita pubblica, ma l’esatto opposto.

Raccogliere le sfide di questi fermenti sociali per rinnovare la politica, diventa per noi un’occasione per rivitalizzare lo spazio pubblico entro il quale i cittadini possono partecipare alla costruzione del bene comune.

Restituire al “frammento” la consapevolezza dell’essere “pezzo” per un progetto sociale più ampio è un compito importante della politica. Le conseguenze della separazione tra politica e società le conosciamo. Sono anche il segno che un dialogo si è interrotto, che società civile e contesti della politica sono stati, nel passato recente, incapaci di incontrarsi e di comprendersi. I tentativi (alcune volte deboli, altre più incisivi e struttati) di recuperare questa distanza sono noti.

Genova 2001, la straordinaria mobilitazione per la difesa dei diritti sociali e del lavoro della primavera 2002, la ripresa vigorosa ed efficace dell’opposizione politica e parlamentare al governo della destra, le manifestazioni contro la guerra in Iraq di quest’anno, l’impegno a difesa dei diritti di libertà (la legge uguale per tutti, l’informazione libera e pluralista, l’autonomia della magistratura, etc), la crescente sensibilità contro il razzismo e per la piena affermazione dei diritti umani.

Alcune “verità”, per questi frammenti di impegno sociale in cui molti cristiani e non sono coinvolti, sono evidenti:
- la dignità della persona (sempre, anche se malata, in carcere, immigrata, indifesa, in età infantile o anziana …);
- l’uguaglianza tra le persone (non solo formale ma nella sostanza dei diritti e delle opportunità);
- la pace e la non violenza (e quindi il rifiuto del ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti);
- il valore della legalità (dove tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge);
- il valore del pluralismo;
- il principio di responsabilità e quello di sussidiarietà.

L’elenco potrebbe continuare. Resta il fatto che queste, insieme a molte altre verità appaiono troppo spesso contraddette o misconosciute dalle scelte della politica. Ed è a questo punto che molti credenti sentono emergere dalla propria coscienza il bisogno di domandare alla politica un impegno di coerenza, di fedeltà alla democrazia, di difesa della Costituzione. Come è possibile, si chiedono, ad esempio, molte comunità cristiane, conciliare fedeltà al Vangelo e rispetto delle norme di una legge come la “Bossi-Fini”, in cui il volto dell’immigrato è visto solo come minaccia o come “faticante” per il nostro benessere?
Come è possibile – si chiedono – che la cultura giuridica del nostro ordinamento venga sostituita da percorsi legislativi molto più attenti alle ragioni dei potenti che non a quelle dei “poveri Cristi”?
E su quali valori può costituirsi un monopolio delle televisioni che opera 24 ore su 24 sulla manipolazione delle coscienze, sulla promozione pubblicitaria che invade ogni spazio, sull’abbassamento della qualità dei programmi per adulti e bambini?
Che senso ha annunciare (propagandisticamente) una legislazione a tutela della vita e abbandonare poi ogni normativa capace di intervenire sullo sviluppo e sul debito dei paesi poveri, sulle tragedie della fame, della malattia, sulla possibile salvezza di quanti sono nati in economie strangolate dai poteri forti del nord del mondo?

Dove sono i segni di una politica attenta alle sensibilità dei credenti nelle scelte compiute dal governo? Si sono promosse politiche in favore della famiglia? Le risorse a sostegno di misure per le persone non autosufficienti, per i disabili, per le famiglie indigenti sono state tagliate o sono state incrementate?

Le autonomie locali vivono una nuova stagione di devoluzione o sperimentano l’incubo di un ritorno brutale al centralismo?

Il Terzo settore si riconosce in un nuovo quadro di provvedimenti di sostegno, di promozione o di riforma, ovvero il contrario?
Sul pluralismo educativo, forse è meglio lasciar perdere. Ma non è vero che sono stati tagliati i fondi persino alle scuole materne gestite da religiosi e religiose?

Sono domande scomode ma che guardano in faccia la realtà. Chi difende, ad esempio, l’onorabilità e l’altruismo disinteressato del volontariato di matrice religiosa, delle parrocchie, della Caritas impegnate con responsabilità e discrezione nell’opera di accoglienza e di integrazione degli immigrati, dei poveri, delle persone in difficoltà, dalle aggressioni volgari e dalle accuse di affarismo e di speculazione economica formulate pubblicamente da un ministro e dal suo partito di riferimento? Nessuno ha chiesto scusa, nessuno ha smentito o ritrattato. Bossi attacca la Chiesa del Concilio, i suoi contenuti, il cammino dei suoi protagonisti, in tutti i suoi comizi, nelle interviste, nelle estemporanee prese di posizione giornaliere.

A che cosa si deve arrivare affinché le forze della maggioranza che si richiamano ai valori del cattolicesimo democratico segnalino non solo il dissenso a parole, come pure ha fatto più volte il segretario dell’UDC Follini, ma la inconciliabilità delle posizioni, della cultura, della stessa concezione della politica e della democrazia?
Cosa c’entrano con tutto questo, le frontiere della solidarietà e dei diritti sociali e del lavoro su cui, ad esempio, si è sviluppata con indubbio successo l’esperienza politica e sindacale di uno come Sergio D’Antoni? Sei ancora così sicuro, caro D’Antoni, che sia quella, la destra, la parte giusta in cui dare continuità alla militanza politica che ti ha visto leader del grande sindacato dell’autonomia e della solidarietà? Quando deciderete di tirare le somme della vostra esperienza di governo con la destra di fronte a politiche che minano alla radice la coesione sociale, l’equilibrio economico del Paese e il patto di solidarietà tra tutti gli italiani, che minacciano ormai la stessa unità nazionale, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e la libertà di informazione?

2. Rinsaldare il dialogo con il mondo cattolico

La riflessione e il confronto di queste giornate vogliono essere uno stimolo per comprendere e riconoscere in particolare le motivazioni dell’impegno politico dei credenti e per dialogare con significativi interlocutori del mondo sociale, politico e religioso.

Una riflessione particolare riguarda il mondo cattolico, che nell’ultimo periodo sembra rivitalizzarsi. Infatti, la maggioranza dei cattolici si era distanziata dai partiti, rinunciando a vecchie e nuove forme di collateralismo. Oggi l’associazionismo cattolico – dalle Acli , all’Agesci, alla Fuci ai gruppi missionari – ha dato prova di impegnarsi non soltanto sul versante della pace, ma anche rispetto alla critica degli squilibri economici e di potere prodotti dalla globalizzazione, al confronto con le altre culture e le altre religioni, in particolare (ma non solo) con l’Islam, all’integrazione degli immigrati.

Una domanda alla quale vogliamo iniziare a rispondere durante questo convegno è come accompagnare e rilanciare il dialogo con la base del mondo cattolico: parrocchie, associazioni, movimenti.

Intanto dobbiamo chiederci quali sono le novità emergenti sulla scena dei fenomeni religiosi in questo momento. La vera novità da segnalare è che siamo di fronte a religioni e tradizioni religiose diverse (ebraismo, cattolicesimo, islam, etc.) che forzano i confini della sfera privata, esprimono una nuova vitalità sociale, intervengono, con modalità di grande impatto comunicativo, sulle grandi questioni che investono la coscienza dell’umanità e il sistema mondo.

Organismi e soggetti religiosi di varia natura, pur continuando a dedicarsi alla “cura delle anime”, prendono posizione su argomenti della sfera pubblica, sul rapporto tra etica e diritto, sul futuro dell’umanità.


Il sociologo Franco Garelli parla di “processi di ridefinizione politica della sfera morale e religiosa privata”. Ciò avviene “non solo perché le religioni tendono a difendere il loro territorio, temendo di risultare insignificanti socialmente e di scomparire progressivamente; ma perché intendono partecipare al processo di costruzione del mondo moderno, ritenendo di avere risorse adeguate per dare il proprio contributo alla sfida più rilevante che l’umanità ha oggi di fronte a sé: ridefinire le regole della convivenza societaria, in una società globale ormai caratterizzata in molti campi da nuovi scenari e da nuovi poteri”.

Ecco allora una crescente propensione del “punto di vista” religioso ad intervenire nel campo della politica ed in quello dell’economia, sulle questioni ambientali e sull’ordine internazionale, sui rapporti tra nord e sud del mondo, sulle nuove frontiere della scienza, della medicina, della ricerca, della bioetica, mirando a definire su scala universale i rapporti tra morale pubblica e privata, tra istituzioni e mondi vitali, tra società, etica e norma giuridica, tra persona e comunità, tra famiglia, formazioni sociali e stato.

In molti Paesi, le Chiese sono investite da domande che ne sollecitano una funzione crescente di integrazione sociale, di identificazione pubblica, di richiamo etico, in un tempo in cui la convivenza sociale è attraversata da tensioni ed insicurezze di varia natura. Basti pensare al pontificato di Giovanni Paolo II, tutto orientato a rivitalizzare la missione della Chiesa nella modernità avanzata, con l’obiettivo di coniugare in forme più dinamiche tradizione e innovazione religiosa e nella convinzione che la proposta cristiana sia una risorsa per lo sviluppo della modernità e che la stessa modernità rappresenti un’opportunità e una sfida per il ringiovanimento della stessa fede.

Il suo forte “investimento” sui giovani e sui movimenti religiosi è testimonianza visibile di questo impegno.

Anche la Chiesa cattolica italiana esprime segnali di rivitalizzazione pubblica, soprattutto nelle sue articolazioni territoriali. I segni più significativi sono rappresentati da una rinvigorita presenza del volontariato, dal crescente consenso che accompagna alcuni leader (spesso sacerdoti) e gruppi di estrazione religiosa impegnati in importanti battaglie civili, dall’autorevolezza etica e sociale riconosciuta ad alcune personalità di chiesa, dalla capacità di mobilitazione dei gruppi e delle comunità ecclesiali su temi importanti e di grande attualità (pace, diritti umani, sviluppo sostenibile, questione sociale).

Lo stesso orientamento politico del clero italiano appare assai più caratterizzato in questa fase in termini di schieramento, di quanto non apparisse fino a qualche tempo fa. Da una ricerca svolta recentemente dal Prof. Garelli, emerge che sul 40% dei sacerdoti che esprime una preferenza per uno schieramento politico, il 9% si colloca a sinistra, il 20% circa nelle posizioni di centrosinistra, il 5,4% si definisce di centrodestra e circa il 6% di destra.
Si diffondono figure e gruppi, sia di estrazione laicale che religiosa, che aderiscono pubblicamente a molte battaglie sociali, per affermare i diritti delle minoranze, per garantire l’accoglienza degli immigrati, per rilanciare il principio di legalità, per promuovere condizioni di equità e di giustizia sociale.
La base cattolica esce sempre più spesso dai confini di un impegno silenzioso e discreto per manifestare anche a livello pubblico e politico il suo dissenso verso gli equilibri prevalenti, contro le politiche e gli indirizzi prodotti dalla destra al governo in tema di welfare, di diritti del lavoro, di politica internazionale, di giustizia, di pluralismo e libertà dell’informazione.

La presenza cristiana, in questi versanti, si è rivelata importante, dal punto di vista dei riferimenti di valori, della partecipazione e della risposta sociale.

Per leggere questa presenza abbiamo scelto quattro chiavi di lettura: la pace, il welfare del futuro, la legalità e la moralità pubblica, il pluralismo etico.

3. Le chiavi di lettura della presenza dei cristiani in alcuni processi sociali

3.1. La pace

La prima chiave di lettura riguarda la pace. Siamo convinti che sia una responsabilità irrinunciabile portare dentro la politica delle istituzioni ad ogni livello le ragioni e i valori del grande movimento contro la guerra e per la pace, che si è espresso sulla scena mondiale.

La pace, per noi, non è semplicemente un valore fondativo di ogni convivenza civile, è la tensione permanente che siamo tenuti a testimoniare.

In questo senso oggi siamo ad un vero tornante storico: perché viviamo un’epoca dove si sta realizzando una continuità anche culturale tra società di mercato e politica della guerra.

Tocca anche ai partiti e alle istituzioni spezzare quella continuità. E questo lo si fa elaborando anche nei partiti e nelle istituzioni una cultura e una politica della pace.

L’opposizione alla guerra nel mondo cristiano si è espressa in termini chiari, non ambigui, forti. Penso ad esempio, alla manifestazione contro la guerra del 15 febbraio che ha visto insieme ai tanti soggetti dell’associazionismo di matrice laica e di sinistra, la presenza dell’associazionismo tradizionale di ispirazione cristiana, dalle Acli all’Azione cattolica, dalla Fuci ai Focolarini, gli scout e le organizzazioni di terzo settore, e Pax Christi, le tante organizzazioni impegnate nella cooperazione allo sviluppo, i gruppi parrocchiali, i sacerdoti e le suore, le associazioni di volontariato.

Un’opposizione fondata su valori religiosi ma anche su ragioni politiche e giuridiche: ingiustizia e assurdità di una “guerra preventiva”, necessità di verificare la vera finalità di un’azione bellica, obbligo di iscriverla nell’ambito del diritto internazionale e di percorrere con serietà e convinzione tutte le strade alternative, necessità di pesare le conseguenze che un’azione militare comporta per le popolazioni civili innocenti.

Siamo a 40 anni dall’enciclica “Pacem in Terris” di Giovanni XXIII. Dobbiamo dire grazie a questo Papa se una nuova cultura della pace si è affermata all’interno della Chiesa e della società. Possiamo affermare oggi che la Chiesa è diventata un’autentica “forza di pace” come non lo era mai stata, rivedendo in profondità le proprie posizioni attorno all’istituto della guerra.
I cristiani si sono sempre chiesti come attualizzare l’insegnamento evangelico “Beati gli operatori di pace” (Mt 5,9). Per tradurlo nella realtà occorre identificare, in ogni epoca, gli attentati contro la giustizia e la solidarietà che mettono in pericolo la pace, al fine di eliminarli.

Ma occorre anche un più acuto discernimento di fronte al fatto che sempre più spesso le dinamiche di potenza e le tensioni internazionali si mascherano da guerre sante, da scontri di religione e di civiltà.

La guerra è tornata e ad essere un ordinario strumento di riformulazione degli assetti mondiali. Ma con una caratteristica che da molto tempo non si registrava: c’è un’unica grande potenza economica e militare in campo.

L’elaborazione della guerra preventiva da parte dei neoconservatori dell’amministrazione Bush, forzando l’asse che collega la paura ad una politica di sicurezza e, come ormai è risultato chiaro, manipolando le informazioni relative alle armi di distruzione di massa, è giunta alle sue estreme conseguenze con la guerra in Iraq.

Il risultato di quell’intervento è pessimo. La guerra non è finita ma continua.

Bush era partito come un cavaliere solitario che non aveva bisogno di nessuno, né della legittimità internazionale, né dei vecchi alleati europei, né della Nato, né dell’ONU.

Ora Washington si rivolge all’ONU e all’Europa, che aveva definito vecchia e superflua, perché lo soccorrano nel Golfo.

Così è stato osservato in un editoriale di Civiltà cattolica: “Questa guerra irachena ha sconvolto l’ordine mondiale, esautorando l’ONU, ferendo il diritto internazionale, creando un fossato tra l’Europa e gli Stati Uniti e suscitando nel mondo islamico propositi di rivincita contro l’Occidente invasore”.
E si può aggiungere che la democrazia degli stati arabi è ancora più lontana, l’antiamericanismo in crescita, e i passi avanti in Medio Oriente non si sa bene dove siano.

Resta l’impegno di milioni di persone e resta lo sforzo e le parole per la pace di Giovanni Paolo II, il suo tentativo quasi ossessivo di richiamare alla ragione della politica le potenze che volevano la guerra, resta l’aver così evitato uno scontro tra religioni, tra cristianesimo e islam.

Dobbiamo anche aggiungere che per la comunità internazionale un tema fondamentale rimane irrisolto: i crimini di Saddam erano noti da molto tempo, anche se, a seguito dell’intervento militare sono state trovate le fosse con i cadaveri degli oppositori del regime iracheno. Saddam era un despota con tendenze totalitarie, che non ha esitato, con la complicità o con il silenzio occidentale e statunitense, a impiegare armi biologiche contro i villaggi curdi a Nord e a realizzare vere e proprie stragi delle popolazioni sciite a Sud.

Ecco, il problema è cosa fare, quale impegno e quale responsabilità devono essere assunte dagli organismi internazionali ed, in particolare, dall’ONU di fronte alla presenza nel mondo di regimi e dittature che calpestano in ogni modo i diritti fondamentali della persona e delle comunità.

E resta un altro nodo assai importante, relativo al fatto che la violazione dei diritti umani conosce sotto tutte le latitudini, dimensioni e atrocità insopportabili, ma si concentra soprattutto nel Sud del mondo.

L’ingiusta distribuzione dello sviluppo, della ricchezza e delle opportunità di vita a scala planetaria mantiene aree estese di miseria, povertà, emarginazione che negano lo sviluppo umano di milioni di persone, di interi popoli e continenti.
Dentro questa ingiustizia globale, il terrorismo e la guerra tornano ad essere l’ordinario prolungamento di una politica asservita all’economia.
Da questo punto di vista, anche la tragica vicenda dell’11 settembre ci dice che non è pensabile che l’Occidente possa risolvere i problemi del terrorismo e della sicurezza interna ed internazionale, senza affrontare la stretta interconnessione di quei problemi con le tematiche dello sviluppo, della cooperazione, del superamento delle diseguaglianze globali.

La nostra critica non è ideologica, poggia sull’architrave dei grandi valori che stanno alla base della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e delle Nazioni Unite. Ogni economia ha senso se promuove lo sviluppo umano; la validità della sua potenza produttiva e di mercato si misura sulla sua efficacia sociale.
È anzitutto qui che vanno misurati i livelli di utilità della nuova economia globale.

3.2. Il welfare del futuro

Nell’idea di cittadinanza che si è fatta strada in questi anni, i cittadini sono titolari di diritti che vanno universalmente garantiti, non solo attraverso un sistema di tutele, ma anche promuovendo opportunità, relazioni, responsabilità.

Le misure approvate ed anche quelle annunciate per il futuro dal Governo vanno tutte nella direzione di colpire diritti e garanzie consolidate nel mondo del lavoro, nei servizi, nella scuola, nella previdenza, nella sanità. Esse mostrano il vero progetto di revisione del welfare da parte della destra: stato sociale minimo per i più poveri; liberalizzazione progressiva delle prestazioni e dei servizi; indebolimento e ridimensionamento dell’impianto pubblico della previdenza, del servizio sanitario nazionale e del sistema d’istruzione e formazione; privatizzazione e valorizzazione del mercato; crescita del ruolo delle assicurazioni private.

Il nuovo welfare che noi vogliamo è chiamato invece ad investire in misura crescente sui diritti e sulle responsabilità delle persone e a rafforzare le reti sociali e familiari.

Io penso che occorra muoversi lungo cinque direttrici:
1. politiche di inclusione e di cittadinanza per tutte le persone, in grado di superare le disuguaglianze, anche nella direzione dell’integrazione di quelle immigrate;
2. politiche attive capaci di estendere alle nuove forme del lavoro diritti e opportunità di cittadinanza;
3. un welfare misto fondato sulla persistenza della sfera pubblica, che abbia il suo baricentro nelle dimensioni comunitarie e municipali;
4. la famiglia, in particolare la famiglia con figli, come specifico soggetto di cittadinanza e come realtà da promuovere, valorizzare, accompagnare;
5. un welfare a misura di tutti, ma che eserciti una particolare responsabilità nei confronti degli “ultimi”, dei più svantaggiati, evitando di fare “parti uguali tra diseguali” secondo il monito di don Milani.

Abbiamo spesso parlato, di “universalismo selettivo” per indicare l’esigenza di andare oltre un egualitarismo astratto, riconoscendo la priorità di sostenere e accompagnare chi è nelle condizioni di maggiore bisogno.

È giusto ad esempio incrementare l’importo delle detrazioni fiscali per i figli in maniera indifferenziata, sia per i contribuenti ricchi che per quelli al confine con la indigenza?
È giusto erogare un bonus di poco superiore al centinaio di euro alle famiglie benestanti che mandano i figli alla scuola privata, senza per altro differenziare in base al reddito, al tipo di scuola, alla composizione del nucleo familiare e, soprattutto, a fronte della riduzione delle risorse per la scuola pubblica? Una misura socialmente discriminatoria, fondata su una discutibile idea di parità scolastica che, vorrei ricordare, è stata introdotta dal centrosinistra. Su questa modalità di attuazione non siamo d’accordo. Non è la stessa cosa, infatti, se si va verso un buono scuola, distribuito in modo da privilegiare spesso le famiglie benestanti, o se si va verso un sistema pubblico integrato, in cui si distingue funzione pubblica della scuola, alla quale anche scuole non statali possono concorrere, a certe condizioni e con adeguati sostegni, e gestione statale della scuola.
Ed è giusto liquidare la sperimentazione del reddito minimo di inserimento?

Che fine ha fatto la riforma degli ammortizzatori sociali che pure era prevista nel Patto per l’Italia?
Come si concilia la critica contenuta nel libro bianco del Governo sul welfare, della permanenza in famiglia dei giovani fino all’età adulta, con le recenti misure in materia di mercato del lavoro che esasperano la precarietà e la insicurezza del lavoro e del reddito dei giovani, che faranno sempre più fatica a costruirsi una propria famiglia ed un orizzonte di autonomia e di responsabilità?

Interrogativi e domande che investono anche la nostra responsabilità in vista della costruzione di un programma per il tempo, speriamo vicino, in cui il centrosinistra tornerà ad essere forza di governo.

Il principio di sussidiarietà, infine, è per noi un riferimento essenziale ed è fondato sull’idea che i soggetti della solidarietà e le formazioni sociali possono svolgere compiti determinanti non in alternativa ma proprio a garanzia di una funzione pubblica allargata, per qualificarla ed estenderla, che non può tradursi in una delega al mercato di importanti diritti di cittadinanza e di promozione della persona.

Sono contento se anche da sinistra, autorevolmente, si avvia un dialogo nuovo con Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere, a partire dal Meeting di Rimini. Spero che il confronto possa avviarsi dalla constatazione dei guasti profondi provocati dalle politiche realizzate dalla destra in questi 2 anni e mezzo di governo (quella stessa destra che pure è stata sostenuta e osannata in edizioni precedenti del Meeting e persino alle elezioni del 2001), proprio sulle questioni che più sono care alla sensibilità dei cattolici.
Ci sono parlamentari, in Forza Italia, che pure provengono dalle fila di quella esperienza associativa e che ad essa fanno ancora riferimento, che hanno cercato talvolta di proporre provvedimenti e misure correttive più coerenti con l’ispirazione sociale di provenienza, ma i risultati non sono rintracciabili.

Il Governo ed il Ministro Tremonti non solo non hanno lasciato alcuno spazio, ma sono intervenuti pesantemente, ad esempio, per ridurre l’autonomia di Fondazioni, Enti Locali e Regioni e sulla stessa possibilità di una crescita più diffusa e coerente della economia sociale. In due anni e mezzo non è stato approvato dal Parlamento un solo provvedimento che possa essere rivendicato dal centro destra in tema di sussidiarietà.

Ho visto che l’On. Formigoni al Meeting nel confronto con Piero Fassino, ne ha fatto l’argomento principale del suo intervento, e che successivamente lo stesso Giorgio Vittadini, Presidente di Compagnia delle Opere, ha severamente richiamato, sul punto, le responsabilità del Governo “che – ha detto – ha commesso un peccato grave di omissione. A fronte di un’emergenza economica ha paralizzato il Parlamento solo per approvare leggi che potessero salvare questo o quello dal carcere”.
Siamo d’accordo, caro Vittadini, ma, allora, vogliamo trarne coerentemente le conseguenze logiche e politiche?
Voglio ricordare che ai tempi del Governo di centrosinistra, un gruppo di parlamentari dell’Ulivo, attraverso la costituzione di un Tavolo parlamentare di confronto con il Forum del Terzo settore, ha operato concretamente per l’evoluzione della legislazione sulle questioni sociali e sulla sussidiarietà, conquistando risultati importanti anche grazie alla disponibilità di ministri come Livia Turco, Franco Bassanini, Rosa Iervolino, Vincenzo Visco. Penso alla Legge 328, di riforma delle politiche sociali, alla Legge 285 sull’infanzia e l’adolescenza, alla riforma dell’Amministrazione pubblica e poi a quella del Titolo V della Costituzione con la nuova formulazione dell’articolo 118, alla legge sull’associazionismo, a quella sulle ONLUS e sui nuovi Patronati sociali, al servizio civile, ai congedi parentali e alla parità scolastica.
Quei provvedimenti sono stati approvati anche sulla base dell’iniziativa critica e ostinata di quei parlamentari che, in talune circostanze, non hanno esitato ad aprire delle vere e proprie “vertenze” con il proprio Governo e con i gruppi parlamentari di appartenenza, tenendosi in rapporto costante e diretto con le forze sociali.

I parlamentari di Comunione e Liberazione sono disponibili a sostenere insieme ai parlamentari dell’opposizione provvedimenti coerenti con le proposte del Forum del Terzo settore di cui pure Compagnia delle Opere fa parte, in tema di politiche sociali, o continueranno a navigare entro le rotte di copertura della maggioranza di governo? So che hanno proposto la costituzione di una Commissione interparlamentare sulla sussidiarietà insieme ad alcuni colleghi dell’Ulivo. Io penso che sia utile costituire nuove sedi comuni di lavoro parlamentare, ma sarebbe bene non delegittimare quelle che ci sono già, come il Tavolo di confronto con il Terzo settore, che viene sistematicamente disertato dai parlamentari della maggioranza.

3.3. La Legalità e la moralità pubblica

Ci sono affermazioni nel documento Educare alla legalità, pubblicato nel 1991 dalla commissione italiana Giustizia e Pace della CEI che considero di grande attualità.

“Chi ha responsabilità politiche o amministrative – si dice - abbia sommamente a cuore alcune virtù, come il disinteresse personale, la lealtà nei rapporti umani, il rispetto della dignità degli altri, il senso della giustizia, il rifiuto della menzogna e della calunnia come strumento di lotta contro gli avversari, e magari anche contro chi si definisce impropriamente amico, la fortezza per non cedere al ricatto del potente, la carità per assumere come proprie le necessità del prossimo, con chiara predilezione per gli ultimi”.

Due temi, sopra gli altri, sono all’attenzione di tutti: le regole per l’immigrazione e il rispetto per la legge uguale per tutti.
La protervia del razzismo militante della Lega ha superato ogni limite, della decenza morale e della ragione politica.
L’evocazione della politica delle cannoniere contro le barche degli immigrati, che non ha precedente alcuno nella realtà europea, ripropone brutalmente la logica di Caino.

La logica di tenaglia, anche legislativa, che viene sempre più adoperata per contenere la forza di questa immigrazione, che sta ridisegnando l’Europa, non risulta solo odiosa ma anche inutile e soprattutto viziata dall’illusione miope che “solo loro hanno bisogno di noi”.

La dimensione evangelica dei cristiani ci ricorda che, come spesso ripeteva il card. Ballestrero, “con il Vangelo non si bara”. “Ero forestiero e mi avete accolto” recita il famoso testo di Matteo.

Ampi segmenti di cultura laica arrivano alla stessa conclusione attraverso la pratica e la teoria dei diritti. Questi non solo sono indivisibili, ma sono anche universali: o valgono per tutti e per ciascuno oppure la negazione del diritto per un soggetto. prima o poi coinvolge anche gli altri.

Per rendere più viva la propria identità non serve difenderla in una nostalgia che la mura nel suo passato. È necessario aprirla a quella feconda contaminazione con altre culture, che rinnova e ringiovanisce. Quanti si adoperano per il rispetto dell’uomo oltre le frontiere della razza, della nazionalità e della provenienza chiedono alla politica un rinnovato impegno affinché non si realizzino “sospensioni” del diritto.
Una sfida che può fare di tanti “frammenti” un mosaico di speranza e di fiducia perché costruito sul telaio della giustizia.

Il documento di Giustizia e pace aggiungeva anche altro: ”Nel problema della legalità sono in gioco non solo la vita delle persone e la loro pacifica convivenza, ma la stessa concezione dell’uomo”. E qui si arriva al punto centrale.
Le rotture della legalità sono strappi gravissimi non solo al tessuto della convivenza civile ma anche al sistema di valori, alla cultura e al sistema educativo di un paese. Dove c’è una grande criminalità organizzata, l’oscuramento del bene comune, il prevalere dell’interesse privato nell’azione legislativa, la sottomissione dello spirito pubblico all’egoismo di parte, lì vengono sfigurate insieme l’idea di persona e quella di comunità.
Le leggi-privilegio ad personam, il decisionismo affidato all’impulso mediatico e populista del despota di turno, le aggressioni alla Costituzione, il moltiplicarsi di provvedimenti su misura per i potenti, condoni, proroghe, eccezioni, deroghe… tutto ciò rende sempre più caotico e ingiusto l’ordinamento.
In questo contesto, è evidente che i soggetti forti ottengono trattamenti più favorevoli rispetto a quelli dei soggetti deboli. La sconfitta e la strumentalizzazione della legalità lascia spazio al diritto del più forte, del più ricco, del più potente. E diventa così la sconfitta della giustizia e della moralità pubblica, che provoca un’erosione profonda delle stesse radici etiche della convivenza civile, non facilmente recuperabili.

Giustizia, legalità, solidarietà vera, si affermano se si garantisce il rispetto delle regole: nella società, nelle istituzioni, nell’economia, nell’informazione, nei servizi. Dove non ci sono regole e dove la legalità rimane fatto formale, crescono i poteri occulti, la criminalità organizzata e quella più o meno in doppiopetto, la politica inquinata, l’informazione “controllata” e supina. Senza regole la stessa legge, anziché tutelare e garantire gli interessi deboli, diventa, come sta diventando, terreno di conquista dei poteri forti.
Le regole sono dunque l’impalcatura del patto sociale e della nostra stessa convivenza. Cultura di legalità non vuol dire semplicemente riconoscimento della sovranità della legge. Non significa primato della norma astratta, ma garanzia concreta di giustizia sociale sul fronte dei servizi, della sanità, della scuola, del lavoro, dell’informazione.

C’è nei recenti pronunciamenti dei Vescovi italiani il reiterato invito ai politici a moderare il tasso di conflittualità, un tasso di conflittualità si è detto che “se dovesse protrarsi potrebbe recare gravi danni al Paese”.
La denuncia del rischio è più che fondata. La Chiesa italiana in sostanza si associa autorevolmente all’invito ripetuto da molti ad abbassare i toni del dibattito politico. Ma occorre ricordare anche che i toni appaiono come sono poiché gli argomenti investiti dalla polemica politica non riguardano questioni di ordine ideale o di principio, ma concreti interessi di esponenti autorevoli della maggioranza di governo e tentativi più o meno maldestri di piegare a proprio beneficio parti significative dell’ordinamento, anche di quello costituzionale. Per questo sono importanti i richiami della Chiesa italiana ai valori irrinunciabili della convivenza, del bene comune, della solidarietà, dei principi giuridici costituzionali che regolano tali valori.

3.4. Pluralismo etico

Le Note recenti della Congregazione per la dottrina della fede, con la quale si propongono orientamenti per i cristiani in politica di fronte ad alcuni nodi etici della vita democratica, hanno suscitato una forte discussione e non poche polemiche.

A me preme ribadire in questa sede il principio di responsabilità al quale laicamente è ancorata l’azione politica del cristiano che, nello sforzo di armonizzare la fedeltà alla propria identità evangelica e alle regole della politica, si avvale delle mediazioni necessarie, per evitare da un lato il clericalismo di chi vorrebbe tradurre direttamente i valori cristiani in politica e, dall’altro, il qualunquismo di chi è disposto a scendere a patti con la coscienza pur di ottenere qualche vantaggio immediato.

Il cardinal Martini, a suo tempo, spiegò con chiarezza perché questo comportamento è lecito. “Se è vero – disse – che i principi etici sono assoluti e immutabili e l’azione politica deve sempre ispirarsi a essi, è pur vero però che “l’azione politica […] non consiste di per se nella realizzazione immediata dei principi etici assoluti, ma nella realizzazione del bene comune concretamente possibile in una determinata situazione”. [intervento all’incontro conclusivo delle scuole di formazione socio-politica sul tema: “La politica, via alla santità” 1998].

In altre parole, l’azione politica comporta sempre una certa gradualità nella realizzazione del bene comune, secondo le possibilità concrete in cui ci si trova a operare.

Al tempo stesso è bene ricordare che il limite è inerente alla fede stessa, la quale ha una competenza propria, specifica, ma non estendibile a qualunque ambito dell’umano: il linguaggio e la capacità propri della fede sono altri, ad esempio, da quelli della scienza.

L’incontro con il non credente sottolinea, d’altra parte, la fede come atto di libertà. “Il fatto stesso che ci siano dei non credenti – ci segnala Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose – è una grazia che ricorda che la fede cristiana non è totalitaria, non è impositiva: il Dio cristiano non vuole essere subito, ma cercato, amato liberamente, creduto, desiderato”. La fede si colloca dunque nel registro della libertà, non della necessità. D’altra parte, come non sottoscrivere quanto affermato da Simone Weil: “Non è dal modo in cui un uomo mi parla di Dio che io vedo se è abitato dal fuoco dell’amore divino, ma dal modo in cui mi parla delle cose terrestri”.

Fede e ricerca non si escludono a vicenda, e chi può dire che la fede presuppone l’esclusione sicura di ogni interrogativo a proposito della fede stessa? L’incertezza e il dubbio possono coabitare con la fede e il credente è così invitato a interrogarsi sulla parte di incredulità che scopre dentro se stesso, accettando quindi anche per questo il dialogo e l’incontro con i non credenti e con i credenti di altra fede.

Il riconoscimento positivo dell’altro e della sua tradizione religiosa o delle sue convinzioni culturali, della verità insita nella sua religione, “civile” o “confessionale”, è elemento decisivo per accedere ad una visione aperta e non assolutistica della verità.

Il dialogo, come ogni comunicazione, è un rischio. Un dialogo serio e condotto con sincerità non lascia immutati, ma trasforma. Questo rischio del dialogo, della rinuncia alla propria autosufficienza, all’isolamento superbo e miope, deve essere corso da chi oggi vuole costruire un mondo più conviviale, più pacifico, più fraterno.

Nelle nostre città si incontrano e si scontrano, oggi, cristiani e non cristiani, non credenti, alla ricerca di modalità di convivenza accettabili, nel fermento e nella evoluzione di linguaggi, di abitudini, di relazioni, di conflitti.
I cristiani abitano le città, non quelle loro proprie, quelle immaginarie, ma queste città, ne fanno parte, non costruiscono la città di Dio nel mondo, non pretendono che la loro fede regga la polis nella forma di un potere cristiano, né, hanno la pretesa di essere una forza di pressione su Cesare, per tutelare interessi separati e particolari.
Tutto ciò, però, non porta all’astrazione o all’assunzione di una sorta di indifferenza identitaria. I cristiani devono essere capaci di stare nella realtà, di valutarla e di orientarla anche attraverso la formulazione di istanze etiche che hanno diritto di espressione come le altre e tra le altre, capaci di profezia quando nella società sono minacciate la giustizia, la pace, la dignità dell’uomo e della donna.

Ci sono situazioni in cui la responsabilità verso il bene di ciascuno e la responsabilità verso il bene di tutti entrano in conflitto, ed è lacerante scegliere. In occasione ad esempio della vicenda della fecondazione assistita in Parlamento, alcuni di noi, che hanno votato contro la fecondazione eterologa, non hanno cercato di imporre un punto di vista religioso nella elaborazione di una nuova legge, ma un principio totalmente laico: la onnipotenza della scienza medica deve incontrare un limite, un argine di fronte alle esigenze della vita e della responsabilità di chi è chiamato a promuoverla.
Nella nota di risposta alla lettera aperta che mi è stata rivolta delle pagine de l’Unità, da parte del coordinamento omosessuali DS, ho già avuto modo di sostenere che non si può negare il diritto delle Chiese di esprimere, anche pubblicamente, le proprie convinzioni su questioni di carattere morale. E a proposito del pronunciamento della Congregazione per la dottrina della fede sulle coppie tra persone dello stesso sesso, “si potrà lamentare l’assenza di pronunciamenti così espliciti e rigorosi in altri campi della morale, o rispetto a valori altrettanto irrinunciabili, come quello della solidarietà o dell’accoglienza dello straniero, o dell’uso democratico dei mezzi di informazione, ma, a parte il fatto che si può essere più o meno d’accordo sul merito, non considero un’ingerenza negli affari dello Stato l’invito rivolto ai parlamentari cattolici di esprimere il proprio disaccordo nei confronti di una legge di legalizzazione delle unioni tra omosessuali. Non si possono, infatti, considerare testimonianze mirabili e di altissimo valore morale e civile, gli interventi del Papa contro la guerra in Iraq o le richieste di un atto di clemenza verso i detenuti, o le critiche coraggiose della Caritas alla legge Bossi-Fini, e poi, invece, bollare come espressione di integralismo intollerante i richiami sulla morale sessuale o familiare”.

Quanto poi alle norme sulle coppie di fatto, ho scritto che “nello spirito dell’art.2 della Costituzione, non sono contrario alla introduzione di regole volte a garantire che siano apprestati strumenti di tutela dei diritti dei quali le persone, in particolare i soggetti più deboli possano avvalersi. Ma, assumere il matrimonio, così come ce lo affidano la natura e la storia delle civiltà, quale modello al quale equiparare altre forme associative tra persone mi sembra francamente improprio. Non vi è dubbio, infatti, che le responsabilità assunte dalla coppia con il vincolo del matrimonio trovano nella Costituzione una garanzia di riconoscimento particolare.

L’impegno attivo dei cattolici in politica richiede di evitare due pericoli: la “teologizzazione della politica” e “l’ideologizzazione della religione”.
La distinzione delle due sfere è essenziale: da una parte c’è Dio, dall’altra Cesare.

Sulla necessità di ribadire il principio della distinzione tra religione e politica mi pare non ci siano dubbi. La fede, qualunque fede, non può identificarsi con l’ordine politico. I cristiani, oggi, non vogliono uno stato confessionale cristiano, ma ambiscono – come è stato ribadito ancora recentemente da Giovanni Paolo II – a uno stato segnato da “una giusta laicità”, per tutti i cittadini, di qualunque fede, etica e cultura.

Dunque occorre vigilare affinché all’interno delle comunità cristiane non prevalgano quelle componenti integraliste, fondamentaliste e settarie presenti ed efficaci nelle diverse chiese in questi ultimi decenni.

Nel contesto del pluralismo etico possiamo rivisitare il dibattito sulle radici cristiane nel preambolo della Costituzione europea.
Non abbiamo qui lo spazio per soffermarci come sarebbe dovuto, perché il tema è molto più complesso di quanto una disputa nominalistica possa far credere. Esso comprende il discorso sui valori, la questione del ruolo sociale delle Chiese e, infine, il richiamo formale alle radici religiose.
Quale atteggiamento assumere?
In primo luogo va detto che nell’Europa pluralistica, multietnica e multireligiosa, non si può parlare delle sue radici religiose e cristiane nella forma confessionale come ai tempi della cosiddetta “cristianità”. In secondo luogo credo che molto più di un generico richiamo alle radici cristiane (che pure non sarebbe sbagliato), è importante che nella costituzione siano accolti di fatto i valori che a quelle radici si ispirano (la dignità umana, la libertà, il rispetto dei diritti dell’uomo la solidarietà) e che sono richiamati nell’art.2 della proposta di Costituzione. In ultimo, credo si ossa affermare che la religione non potrà mai essere ridotta a mero affare privato, ma avrà sempre rilevanza sociale. Rimane aperta, perciò, la questione del riconoscimento delle Chiese e delle comunità religiose, senza affatto disconoscere l’esigenza di una giusta laicità degli Stati e dell’Unione.

La categoria dell’etica ritorna ad investire e ad interrogare la politica. Non era scontato, soprattutto dopo l’accumularsi delle diagnosi pessimistiche di questi anni sull’eclissi del civismo: il relativismo dei valori, il disincanto verso ogni genere di ideologia o di progetto utopico, l’insofferenza verso i rituali della politica ufficiale, la sfiducia nei confronti delle principali istituzioni democratiche. E invece molti segnali ci annunciano che il passaggio dalla responsabilità personale a quella collettiva è diventato più agevole ed anche più percepibile proprio sulla base di un più forte collegamento tra libertà individuali e orientamento al bene comune.

La solidarietà, cioè, si afferma sempre di più come un fattore abilitante all’esercizio delle virtù democratiche, a condizione che esse non appaiano lontane o, addirittura, estranee ai codici del mutualismo associativo, del dono, dell’altruismo disinteressanto, del principio di legalità, della coscienza critica verso lo sviluppo insostenibile, dell’opposizione alla guerra, del rapporto tra libertà e giustizia, dei diritti umani.
Spetta alla politica sintonizzarsi sull’onda lunga di questa risorsa partecipativa.

Abbiamo tentato fin qui di descrivere un processo, di comprendere le ragioni di una crescita della partecipazione e di un ritorno verso l’impegno sociale e politico che nessuno aveva previsto in queste proporzioni.

Un processo che si è collocato entro una cornice etica e culturale che richiede l’articolazione di un “discorso” sulla giustizia.

Perché è questa la parola, o meglio, il contenuto progettuale che talvolta non viene colto e coerentemente assunto, come ci ricorda, ancora una volta Ermanno Gorrieri nel suo ultimo libro.

La solidarietà e la legalità sono gli strumenti, gli indicatori di direzione, ma la giustizia è l’obiettivo. Quando si salda la “solidarietà” alla “politica”, diventa immediatamente più chiaro che ciò che è chiamato in causa è la giustizia e non il concetto di filantropia, che pure va apprezzata e coltivata.
Ma qui stiamo parlando d’altro. Siamo alle prese con quei principi che fondano e rendono possibile il patto sociale, e che sono scritti a chiare lettere nella nostra Costituzione e nella Dichiarazione Universale Dei Diritti dell’Uomo. Stiamo parlando di diritti inalienabili della persona. Stiamo parlando di politiche per una solidarietà vera, non solo celebrata a parole, che promuove e realizza giustizia. Questa è la scommessa e la necessità che abbiamo di fronte e a cui siamo chiamati tutti.
È possibile? Uomini come Martin Luther King e Nelson Mandela l’hanno resa possibile.

I tanti aspetti della disuguaglianza, della esclusione sociale, o della sofferenza non chiedono solidarietà ma riconoscimento di dignità e di diritti, cioè di cittadinanza. E questo vale anche per fare una considerazione che investe l’associazionismo, per i gruppi che operano sul territorio e nel terzo settore con finalità sociali e che vengono ad avere responsabilità senz’altro più gravose. Perché o riescono con lucidità a misurarsi con le trasformazioni e a qualificarsi come soggetti capaci di proposta politica, motori di progettualità e di cambiamento, oppure rischiano di diventare quella rete a carattere assistenziale che sarà sempre di più chiamata a supplire la crisi dello stato sociale, in una mera logica filantropica.

Riscoprire da questo punto di vista la centralità delle realtà locali, per ritrovare la forza di una sussidiarietà capace di valorizzare il capitale sociale delle famiglie, delle formazioni territoriali, dei corpi intermedi diventa la via per promuovere responsabilità, coscienza civile, cittadinanza.

E’ attraverso il contatto con le realtà del territorio che spesso matura l’incontro con l’orizzonte più ampio del mondo. I giovani, ad esempio, nella vita quotidiana coltivano relazioni, l’amicizia, il piccolo gruppo, scoprono mondi dimenticati, stabiliscono rapporti, coltivano ideali ed elaborano un’idea della politica lontana da quella che hanno conosciuto. È una politica che si nutre del crescente senso di responsabilità verso gli altri, di tolleranza, di altruismo.
La mobilitazione per la pace ha costituito per questi giovani una sorta di rito di iniziazione alla politica, ad una politica che, per la prima volta, parla in un modo più familiare, evoca temi nei quali si riconoscono, rappresenta una occasione per crescere.
Questi giovani hanno scoperto la politica, si tratta di vedere, ora, se la politica si accorgerà di loro, se saprà fare tesoro della loro energia ideale, se sarà capace di riaprire i canali del dialogo, della comunicazione, dell’incontro.
Per troppo tempo i giovani verso la politica, quella di cui parlano gli adulti, hanno provato incomprensione e insofferenza. D’altra parte è difficile appassionarsi alle dispute sul premierato, la devoluzione oppure sulla “commissione di inchiesta sulle inchieste” dell’epoca di tangentopoli; anche per i loro padri, anche per noi. Figuriamoci per loro, che al tempo della caduta del muro di Berlino avevano otto, dieci anni.
L’orizzonte minimo, privo di progetto della politica tradizionale non appassiona i nostri ragazzi, non sollecita le loro emozioni, non alimenta la voglia di partecipazione.

4. Una sfida per i cristiani nella sinistra riformista

Credo che il grande problema della sinistra italiana ed europea sia proprio quello di restituire un fondamento etico al suo agire politico, di forzare i confini di una identità che spesso ha finito per coincidere con il pragmatismo senza principi, o con le pratiche della pura amministrazione.

Questo fondamento etico non ha bisogno di alimentarsi esclusivamente con i miti; serve la consapevolezza di vivere in una società che produce ingiustizie e disuguaglianze e del fatto che è necessario fare tutto il possibile per contrastarle, per ridurne la portata e per costruire condizioni di maggiore benessere, di sicurezza, di giustizia per tutti.

È con una sfida a questo livello che la politica riformista è chiamata a confrontarsi. Il riformismo, in questi anni, non ha mancato, per la verità, di interrogarsi su questi temi. Ma la sproporzione tra la portata della sfida e le modestia della risposta è parsa con crescente evidenza, in particolare agli occhi di quelle aree di mondo giovanile che, con la radicalità che è propria dei “movimenti”, hanno cominciato ad affollare le piazze reali delle città e quelle virtuali di internet.
È da questo scarto che ha preso le mosse una rinnovata iniziativa del riformismo per tornare a vincere in Italia e in Europa.

È questa grammatica di una politica concretamente orientata secondo i valori della giustizia, della legalità, della cittadinanza attiva, il linguaggio capace di rendere più ospitale la sinistra e tutte le forze del riformismo democratico. Diversamente i “nostri” giovani torneranno dai loro campi estivi, dai loro viaggi internazionali, dagli incontri e dai seminari che parlano di un altro “mondo possibile”, e non cercheranno le sedi dei partiti, non comprenderanno le mediazioni difficili. non coglieranno le opportunità dell’impegno politico nelle istituzioni. E non sarà possibile interpretare il loro rifiuto come indifferenza o incapacità a fare un salto in avanti rispetto al sociale. Sarà la scelta di chi magari ha deciso di “votare” la sinistra e, insieme di non “frequentarla”.

Una sinistra moderna che guarda al futuro deve fare i conti con questi mondi vitali della società civile, spesso animati da un forte spirito religioso, con la passione civile e la disponibilità all’impegno di tante associazioni e di comunità che segnalano un’originalità tutta italiana: il perdurare di un forte e diffuso radicamento del cattolicesimo democratico e del cristianesimo sociale.

Pensiamo davvero che il futuro di una forza della sinistra europea, che voglia costruire insieme ad altre formazioni democratiche la Casa comune dei riformisti, possa fare a meno di alimentarsi anche dei valori e delle sensibilità che vivono in una dimensione religiosa? Qui c’è anche un problema di cultura politica, di linguaggi, di contenuti del progetto.

Riconoscere e rappresentare queste aspirazioni ed i soggetti che le esprimono è condizione essenziale per essere riconosciuti, sul piano culturale e su quello politico. Ed anche la condizione per ricomporre almeno in parte la frattura tra politica e società.

La sinistra non può pensare che il suo progetto di rinnovamento e di espansione possa limitarsi alla ricomposizione della diaspora socialista, e che la costruzione in Italia di un partito riformista europeo possa arrestarsi entro i confini della esperienza socialdemocratica. Lo abbiamo sostenuto come Cristiano sociali, al momento della costituzione dei Democratici di sinistra, opponendoci alla proposta di qualificare con l’aggettivo “socialista” il nuovo soggetto che stava per nascere; continuiamo a sostenerlo adesso che si riavvia una discussione sul futuro partito dei riformisti. D’altra parte nella relazione di Fassino al Congresso di Pesaro il riferimento al contributo decisivo dato da correnti cristiane alla rifondazione e al successo dei vari partiti della sinistra europea era ben presente.

Non è un contributo marginale neppure quello portato dai cristiani presenti nella sinistra italiana, come ho cercato di segnalare in queste pagine e come il nostro segretario, Pietro Fassino, sa bene. Quando si evoca allora il riformismo cattolico, bisogna sapere che non si parla solo di una realtà distinta con la quale aprire un dialogo o realizzare un’alleanza, ma anche di una esperienza che attraversa e caratterizza già con una sua forma originale la sinistra democratica. Essa infatti, almeno in parte, si esprime e fa politica anche con la sensibilità, la cultura, l’esperienza di tanti credenti.

In questi anni nei DS si sono fatti passi in avanti importanti, ma noi continuiamo a credere che ci sia bisogno di uno sforzo ancora maggiore, di un dialogo più ravvicinato e più intenso con associazioni di base, organismi ecclesiali, gruppi locali di ispirazione religiosa, in linea con l’impegno profuso dopo il Congresso di Pesaro, sui temi della globalizzazione, della pace e dei diritti umani, del nuovo welfare e dello sviluppo, del lavoro e delle politiche di contrasto delle disuguaglianze, dei diritti di libertà e del principio di responsabilità.

Nella collaborazione ravvicinata con la nostra cultura di ispirazione cristiana la sinistra è stata spinta a frequentare meglio il principio del limite della politica e a fare propri (su temi come la sussidiarietà, la pace, il senso strategico del terzo settore, le politiche della famiglia) valori e contenuti progettuali indispensabili per arricchire e alimentare un progetto e una pratica autenticamente riformisti. Nessuna politica, ne siamo consapevoli, può incarnare i valori del Vangelo, neppure quella della sinistra democratica. Ma noi stiamo in questa sinistra per animare insieme a tanti altri una politica che abbia come proprio criterio fondativo lo sviluppo della persona, una politica che non si stanchi di far camminare insieme giustizia e libertà, sviluppo sociale e crescita economica.

Abbiamo parlato di centralità del territorio, di qualità nuova della politica e del rapporto con il suo retroterra etico. Non è un caso che l’esperienza cattolica si strutturi – unico caso tra gli ordinamenti giuridici – in termini territoriali. Non si diventa sacerdoti, o diaconi o vescovi per se stessi e non ci si sposa per costruire un’area di privilegio per una piccola comunità di affetti; ma entrambi questi sacramenti hanno senso in riferimento alla comunità che “circonda” e che sostiene queste vocazioni.

Anche la stessa parrocchia – etimologicamente PARA OIKIA, TRA LE CASE – esprime questa dimensione territoriale vincolante. L’essere cristiani e l’essere chiesa ha senso solo se questo viene vissuto “tra le case” in cui i cristiani sono inseriti. Ed è per questo che una parte importante dell’impegno sociale dei cattolici attinge le sue radici dalla dimensione parrocchiale e territoriale: perché è su quel ponte che si intercettano le gioie, le ansie e le fatiche delle persone, le loro speranze, le aspettative di diritti e di legalità.

D’altra parte, la rivalutazione della politica da un punto di vista locale ha rappresentato per il centrosinistra la leva del successo elettorale alle amministrative del 2002 e del 2003.

Il centrosinistra ha dimostrato che si può vincere se si hanno radici solide sul territorio, se si riprende il dialogo con la società sui problemi concreti delle famiglie, delle comunità, dei gruppi sociali, smettendo di inseguire Berlusconi sul suo terreno, nelle aule giudiziarie e nei telesalotti.
Meglio rovesciare il binocolo. Valutare, appunto, la politica da un punto di vista “locale”.

Abbiamo fatto così a Verona, a Pescara, a Roma, in Friuli Venezia Giulia e abbiamo vinto. Proviamo a continuare, vinceremo anche le prove più difficili.

Si è ricomposto con forza non solo il bisogno di etica e di idealità percorribili e praticabili, ma anche il fatto che questo “cammino” non può diventare orfano della politica e della sua capacità di progettare futuro, anche se molti di questi frammenti sono nati e si sono sviluppati a causa della incapacità della politica di progettare futuro. Ma il dialogo è ripreso. Il confronto è ripartito.

5. Dopo questo convegno: gli impegni che ci attendono

Chi è stato a Genova, a Firenze, nelle tante marce per la pace, ma anche chi entra in una bottega del commercio equo e solidale o in una comunità di accoglienza, lo avverte. In queste realtà, molti guardano all’Ulivo come l’interlocutore “naturale” per costruire l’Italia solidale, nell’Europa e nel mondo del futuro.

Come si devono disporre di fronte a tutto questo le forze della sinistra e dell’Ulivo?

Intanto devono rispettare l’autonomia, le ragioni e la qualità di questa partecipazione, mettersi in dialogo con i suoi protagonisti (non sto parlando soltanto di quelli di vertice), accompagnare la crescita di attenzione nei confronti dell’impegno politico offrendo opportunità, percorsi comuni di ricerca, di formazione, di incontro.
Riscoprire la stessa natura associativa dei partiti. Evitare la tentazione del “portare dentro” ma sviluppare la capacità di ascolto, la comunicazione, la promozione di circoli e di gruppi tematici.

Per dare più forza ed anche per garantire una maggiore stabilità a questo sforzo, per aprire il confronto e sviluppare il dialogo, noi lanciamo da questo convegno la proposta di costituire forum dell’Italia solidale, centri di incontro e di dialogo strutturati, anche a livello territoriale, in cui siano coinvolti esponenti della società, dell’associazionismo e del sindacato, del volontariato e dei gruppi di impegno civile e sociale di matrice laica o religiosa, politici, amministratori locali e parlamentari, per discutere, per elaborare proposte ed esaminare progetti, per dare un orizzonte alla domanda di partecipazione e di progettualità politica che emerge dai tanti frammenti di impegno solidale.
È la prospettiva riformista che ha bisogno di una spinta dal basso, per non ripetere l’esperienza di un riformismo senza popolo o senza partecipazione di cui hanno parlato in molti.

La proposta di Romano Prodi di una lista unica dell’Ulivo alle prossime elezioni europee, e la sua disponibilità a scendere in campo va in questa direzione e rappresenta una occasione formidabile per accelerare il passaggio dell’Ulivo, da una sommatoria di sigle nella forma del cartello elettorale, ad un vero e proprio soggetto politico, nella forma della federazione dei riformisti.

Ci sono tantissimi elettori di centrosinistra, tantissimi ragazzi e ragazze credenti e non, in profonda sintonia con i valori ed i progetti della nostra coalizione, che si rifiutano di scegliere uno dei partiti che ne fanno parte, e votano Ulivo o, più semplicemente, come è avvenuto alle recenti elezioni amministrative, per il candidato a sindaco o a presidente della Provincia o della Regione.

È necessario non contraddire e dunque riconoscere questo processo di consolidamento della cultura del maggioritario nella coscienza degli elettori ai quali non appare più sufficiente la sommatoria elettorale di culture e identità separate.

E se pure sono d’accordo con chi sostiene che bisogna procedere per gradi, penso anche che non si può continuare a dare l’immagine di una coalizione che parla al Paese con il volto di otto segretari di partito che vanno dallo 0,4% al 20%, tutti sullo stesso piano e tutti convinti di essere allo stesso modo importanti, insostituibili e decisivi.

C’è bisogno di una riduzione della frammentazione partitica e di uno sforzo generoso di riorganizzazione del pluralismo organizzativo della coalizione nel senso evocato da Romano Prodi.

Alle elezioni europee dovremo presentarci con un altissimo grado di unità, per passare nella fase successiva alla vera e propria costruzione del soggetto unitario del nuovo Ulivo.

La crisi di fiducia che investe il Governo deve essere intercettata da una proposta in grado di dare un orizzonte al Paese e di costituire una valida alternativa di governo.
Questo significa prevedere da subito il percorso di elaborazione del programma, attrezzare l’opposizione per le battaglie politiche e parlamentari d’autunno e definire una comune piattaforma per le elezioni europee del prossimo anno.

I risultati elettorali ci dicono che siamo sulla strada giusta.

Mi sembra un percorso realistico, perché il paradosso di questa fase, che io credo debba essere evitato, è quello di avviare una discussione importante sulla costituzione di un futuro soggetto riformista e non riuscire poi in realtà, neppure a definire un programma comune, un assetto della coalizione, una condotta parlamentare unitaria sulle principali questioni dell’attualità politica.
Occorre avere chiaro poi, che c’è una condizione irrinunciabile perché il disegno riformista abbia successo: l’unità sindacale. Il bipolarismo sindacale che è riecheggiato nella fase più aspra delle divisione tra Cisl e Cgil non è più sostenibile, è un esito che va contrastato, rilanciando il binomio unità e autonomia.

Serve ricordare, infine, che la coalizione ha vinto quando attorno al suo progetto è riuscita a suscitare un movimento di società civile e di pubblica opinione, quando ha saputo mantenere un rapporto vitale con la società.
Per recuperare questa capacità occorre coinvolgere nella elaborazione di un nuovo programma aree ed esponenti rappresentativi dell’associazionismo, dei movimenti, delle forze sociali. Una operazione tutta di vertice, segnata da una presenza esclusiva dei partiti sarebbe destinata al sicuro insuccesso.

I Cristiano sociali possono dare un contributo importante a questo progetto, anche attraverso la ripresa convinta del dialogo con i cristiani collocati in altre componenti dell’Ulivo, a partire ovviamente dalla Margherita, e dalla ricerca di un collegamento più vitale con le tante realtà sociali e culturali di ispirazione religiosa che dalla sinistra e dall’Ulivo attendono un interlocutore più convinto e più credibile.

Penso che per i cattolici impegnati in politica nel centrosinistra sia tempo di ritrovare il filo di una ricerca e di un lavoro comune, in una prospettiva di maggiore unità e per dare un profilo più visibile alle istanze del riformismo cattolico nell’ambito della coalizione. La nostra proposta è quella di definire insieme le modalità e le tappe di questo percorso già a partire dalle prossime settimane.
E penso che a quella prospettiva possano dare un contributo importante, sia pure rispettando l’autonomia delle rispettive esperienze associative, laiche o religiose, personalità come quelle che hanno accettato di partecipare al nostro Convegno ed anche tante altre che pure non sono qui con noi ad Assisi, ma che vogliono sinceramente camminare insieme, nelle prospettive e con la speranza che abbiamo delineato.

Mai come oggi il “Camminare insieme” che Padre Pellegrino (nato il 25 aprile di 100 anni fa) ci proponeva è attuale e profetico. Quante volte ha rilanciato la speranza, come testimonianza operosa della fede. Nell’indicare la strada per camminare insieme, ha sempre saldato questa scelta a quella scomoda di “mettersi dalla parte dei poveri”, anche attraverso la denuncia delle iniquità e delle disuguaglianze: “vicino ai più poveri – diceva - il cristiano si sente impegnato a denunciare profeticamente le ingiustizie di una società che, mentre consente a minoranze privilegiate l’uso e l’abuso del potere ed una gran massa di beni economici e culturali, impedisce a molti dei suoi membri – in certi paesi la grande maggioranza – di realizzare le condizioni indispensabili a un’esistenza degna dell’uomo”.
“Uomo di parte” fu definito.
Noi amiamo ricordarlo come Padre. Uomo essenziale in tutto e, in questo senso, capace di coerenza coraggiosa e generosa. Un frammento, il piccolo frammento di un cammino capace di una grande e intensa profezia.